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Come si viaggiava in Toscana ai tempi del Grand Tour... e prima
Scheda informativa: stazione postale di Firenze

Stazione citata per la prima volta 1620 

Data apertura          prima citazione 1562    ma già nel 1454 (1 ) esisteva una stazione di cavallari delle poste sforzesche che collegavano Milano con Roma.

Data chiusura 31 agosto 1862

Itinerari di appartenenza


 Tiroli: Viaggio da  Firenze a Roma Tiroli: Viaggio da  Firenze a BolognaTiroli Viaggio da Firenze a Pisa

Firenze, capitale del Granducato di Toscana, era ovviamente capolinea e punto d’arrivo di quasi tutti gli itinerari postali toscani. Ne riportiamo qui alcuni, ripresi da Francesco Tiroli, La vera guida per chi viaggia in Italia …, Roma Giunchi 1775.



Descrizione

 

Scotto: mappa di Firenze

.Veduta di Firenze tratta dalla guida di Francesco Scotto, Itinerario d’Italia …, Roma Amidei 1747.

Vallardi: mappa di Firenze
Ben diversa è questa pianta di Firenze, tratta dalla guida di Giuseppe Vallardi, Parte seconda – Italia Meridionale …, Milano Vallardi 1847, che offre anche indicazioni sulla posizione dei “Luoghi rimarchevoli” della città.

 



Firenze, capoluogo dell’omonima provincia e della regione toscana, conta oggi 374mila abitanti. Nata attorno ad un primo insediamento romano (59 a.C.) la città ebbe un notevole sviluppo attorno al Mille per diventare libero comune nel XII secolo. Fin dal Medioevo Firenze è stato un importante centro commerciale, economico e finanziario. Sotto la Signoria dei Medici, che favorirono lo sviluppo culturale della città, il territorio assoggettato arrivò a comprendere tutta la Toscana, ad eccezione della Repubblica di Lucca e del Ducato di Massa. La fine della casata dei Medici portò la dinastia degli Asburgo Lorena alla guida del Granducato di Toscana. I Lorena svolsero uno straordinario compito di modernizzazione e sviluppo che facevano della Toscana uno stato all’avanguardia rispetto alle altre entità territoriali italiane. Firenze è oggi un centro commerciale importante che, per le sue caratteristiche di città d’arte ricca di musei e monumenti, è una delle più interessanti mete deel turismo nazionale e internazionale.

La posta-cavalli

La prima segnalazione di un servizio di posta a Firenze è del febbraio 1454 e riguarda una delle varie stazioni organizzate dagli Sforza di Milano per assicurare il collegamento Milano – Roma. La documentazione citata riporta distanze e tempi di percorrenza del tratto “per montes” da Loiano, nel Bolognese, e Firenze: miglia 38 in 10 ore. Nove anni più tardi, nel 1463, una relazione per il Duca di Milano descrive così la qualità del servizio: « Ala posta de Fiorenza io non so che dire: secundo dice Filippo Rastello [cavallaro della posta di Milano] cavalca cum la pena, et secundo dicano li coreri de la montagna del Zo’ [Giogo], ali quali roba quatro hore a chi III ore, segondo che acade  »  2.
Non è ancora stato possibile individuare con esattezza le diverse sedi della stazione di posta cavalli.
Il servizio della posta cavalli fu gestito per tutto il Settecento dalla famiglia Fenzi che vediamo ancora attiva nel 1787 con la richiesta dei frelli Fenzi di subentrare al genitore defunto.
Nel 1793 il postiere di Firenze pagava un canone annuo di lire 1.400  3


Contesto territoriale

Dall’itinerario postale era possibile proseguire il viaggio per località non coperte dal servizio di posta cavalli ricorrendo ai servizi di vetturali privati. Ecco la situazione della rete viaria come appare nelle cartine relative ai seguenti itinerari: Viaggio da Livorno a Firenze, Viaggio da Firenze a Bologna, Viaggio da Firenze a Cortona, Viaggio da Firenze a Arezzo per il Casentino, Viaggio da Pisa a Firenze per la parte di Lucca e Pistoia, Viaggio da Firenze a Volterra e Viaggio da Firenze a Siena disegnate da Antonio Giachi nella seconda metà del Settecento.

Le stazioni di posta presenti all’epoca sull’itinerario sono contrassegnate dal simbolo:

simbolo

Giachi: viaggio da Firenze a Livorno

Viaggio da Firenze a Livorno

(Manoscritto Antonio GIACHI, SECONDA META’ XVIII SECOLO) 1.C.4

Giachi: viaggio da Firenze a Bologna

Viaggio da Firenze a Bologna

(Manoscritto Antonio GIACHI, SECONDA META’ XVIII SECOLO) 1.C.4

Giachi: viaggio da  Firenze a Cortona

Viaggio da Firenze a Cortona

(Manoscritto Antonio GIACHI, SECONDA META’ XVIII SECOLO) 1.C.4

Giachi Viaggio da Firenze a Arezzo per il Casentino

Viaggio da Firenze a Arezzo per il Casentino

(Manoscritto Antonio GIACHI, SECONDA META’ XVIII SECOLO) 1.C.4

Giachi Viaggio da Firenze a Pisa

Viaggio da Pisa a Firenze per la parte di Lucca e Pistoia

(Manoscritto Antonio GIACHI, SECONDA META’ XVIII SECOLO) 1.C.4

Viaggio da Firenze a Volterra

(Manoscritto Antonio GIACHI, SECONDA META’ XVIII SECOLO) 1.C.4

Giachi Viaggio da Firenze a Volterra

Viaggio da Firenze a Siena

(Manoscritto Antonio GIACHI, SECONDA META’ XVIII SECOLO) 1.C.4


 


Notizie storiche e artistiche

FIRENZE, FIORENZA. FLORENTIA – Città metropoli della Toscana, bella, fortunata, felice; residenza dei suoi Granduchi, e sede arcivescovile. La sua posizione geografica…


scheda completa Repetti ( da costruire)

Chi si cimentava nel pellegrinaggio munito della guida edita nel 1550 proprio per i Romei, trovava su Firenze soprattutto fantasiose notizie storiche oltre a qualche citazione di luoghi sacri:
« Firenze città, si dice la bella,& è invero bella, & in bel sito, magnifica, & mercantile. Scorre per quella l’Arno fiume traversato da quattro bei ponti di pietra, l’uno de quali è tutto pieno di Botteghe sopra gli margini, questo fiume molto è onorato, & celebre appresso Fiorentini, la cagione perche dicono Annibal Carthaginese d’Hispagna venuto in Toscana, pugnante de l’Imperio del mondo con Romani, volendo andar da Fiesole a Rezzo, l’Arno s’inalzò in modo, che superchiate le ripe, gli tolse gran parte dell’esercito, & astrinse esso Annibale star sopra uno Elefante in meggio’l fiume, poi la notte gli rendea si pestilente aere, che d’un’occhio privollo. Dicono i Fiorentini, che se uno altro fiume in Italia havesse fatto altro tanto, Annibale cieco saria rimasto, lasciando italia queta. In questa città è una devotione  de nostra Signora, che si chiama la Nonziata, adorna de stupendi miracoli, come appare per le tabelle, & imagini de Pontefici, Regi, Duchi & Capitani, in stature, & habiti dal naturale, che vivi paiono. Et a canto al gran Domo, è una chiesiola, over capella dedicata a S. Giovanni, laqual è in angolo di colorati marmi, con tre porte, che rispondono in triangolo, & sono de bronzo grossissime tutte historiate in minute figure, de rilievo, cose del vecchio testamento, e profetie, opera mirabile, furono portate di Hierusalem. In Firenze io vidi alquanti Leoni rinchiusi in certo loco in strada; si che chi vole le ponno vedere » (Itinerario o vero viaggio …, Vinegia Bindoni 1550 a p. 13 R-13 V).

Il Signore de Montaigne nel diario del suo viaggio in Italia (1580-1581) dedica varie pagine alla città di Firenze:
« Ci fermammo là [alla villa di Pratolino] due o tre ore , e poi riprendemmo la nostra strada sulla cresta dei colli, giungendo a Firenze, diciassette miglia. Meno estesa di Ferrara la città è in una piana circondata da infinite colline assai ben coltivate; l'attraversa il fiume Arno, che si passa per vari ponti. Non trovammo alcun fossato attorno alle mura » ― e qui il Montaigne ci informa di accadimenti relativi alla sua calcolosi renale, malanno che a volte occupa intere pagine del suo giornale ― « Quel giorno espulse due pietre e gran quantità di sabbia, senza risentirne altro effetto che un leggero dolore al basso ventre » ― per poi riprendere la narrazione ― « Lo stesso giorno visitammo la scuderia del granduca, assai grande e a vòlta, ma contenente pochi cavalli di pregio: è vero che quel giorno egli era assente. Ci vedemmo anche un montone di stranissima forma [un muflone?], e un cammello, dei leoni, degli orsi, e un animale grande come un grossissimo mastino ma dall'aspetto di gatto, tutto striato di bianco e nero, che chiamano tigre. Visitammo la chiesa di San Lorenzo dove sono ancora appese le insegne che perdemmo sotto il maresciallo Strozzi, in Toscana La chiesa contiene parecchie pitture su parete e bellissime, eccellenti statue, opera di Michelangelo . Vedemmo poi il duomo, che è una grandissima chiesa, col campanile tutto rivestito di marmo bianco e nero: è una delle più belle e più sontuose cose del mondo.
Il signor di Montaigne diceva di non aver mai visto fino allora un paese dove le belle donne fossero così rare come in Italia [un argomento, quello della scarsa avvenenza muliebre, che il Montaigne riprende spesso]. Gli alberghi li trovava assai meno comodi che in Francia e in Germania; giacché carni non ne servono nemmeno la metà di quelle che danno i Tedeschi, e non così ben preparate. Non usano lardellare né qui né là; ma in Germania sono assai meglio condite con ogni sorta di salse e di legumi. Gli alloggi in Italia di gran lunga peggiori; niente sale; gran finestre e tutte aperte, se si eccettua una grande imposta che vi toglie la luce se volete ripararvi dal sole o dal vento: cosa per lui ben più insopportabile e senza rimedio che la mancanza di cortine in Germania. Del resto anche qui non hanno che certe piccole alcove con dei miseri baldacchini, uno per lo più in ogni camera, e, sotto, una carriola [ossia un letto estraibile]; e chi non amasse dormire sul duro starebbe fresco. La penuria di biancheria, uguale o peggiore. I vini di solito meno buoni, e per chi odia una certi molle dolcezza, insopportabili in questa stagione. I prezzi, a dir il vero, un po' inferiori; Firenze però è considerata la città più cara d'Italia. Prima che il mio padrone arrivasse alla locanda dell’Angelo avevo pattuito il prezzo di sette reali al giorno per uomo e cavallo, e quattro per ogni uomo a piedi.
Quello stesso giorno visitammo un palazzo del duca, dov'egli si diverte a lavorar di persona, a fabbricar con le sue mani false pietre orientali e a manipolare il cristallo; perché è un principe dedito alquanto all'alchimia e alle arti meccaniche, e soprattutto grande architetto.
Il giorno seguente il signor di Montaigne salì per primo in cima al duomo; là c'è una sfera di bronzo dorato che dal basso par grande come una palla, mentre ad entrarci si scopre capace di quaranta uomini. Lassù vide che il marmo di cui è rivestita la chiesa, specialmente il nero (perché l'edificio è policromo e tutto lavorato) comincia a sfaldarsi e sgretolarsi sotto l'azione del gelo e del sole; ciò gli dette il sospetto che questo marmo non fosse molto naturale. Volle visitare le case degli Strozzi e dei Gondi, dove abitano ancora dei loro parenti. Visitammo pure il palazzo del duca, dove Cosimo suo padre ha fatto dipingere la presa di Siena e la battaglia da noi perduta: con tutto ciò sulle antiche muraglie i fiordalisi occupano in vari luoghi della città, e in specie nel palazzo suddetto, il posto d'onore.
I signori d'Estissac e di Montaigne assistettero al pranzo del granduca (così infatti lo chiamano qui). La moglie [Bianca Capello]  era al posto d'onore; poi il duca; poi la cognata della duchessa; infine il fratello della duchessa e marito di essa cognata. Questa duchessa è bella secondo i gusti italiani: viso gradevole e imperioso, grosso il busto, e poppe a volontà loro; tale insomma — questa l'impressione che gli fece — da spiegare ampiamente come avesse sedotto il principe, e da tenerselo legato per molto tempo. Il duca è un uomo corpulento e membruto, bruno, della mia statura, il viso ed il portamento pieni di cortesia: passa sempre a capo scoperto fra la numerosa folla dei cortigiani. Ha l'aspetto sano, d'un uomo di quarant'anni. All'altro lato della tavola erano i due fratelli del duca, il cardinale e un altro giovane di diciott'anni. Portano da bere al duca e alla moglie in un bacile contenente un bicchiere scoperto colmo di vino, e una bottiglia di vetro piena d'acqua: essi stessi prendono il bicchiere di vino e ne versano quanto credono nel bacile, e poi lo riempiono d'acqua, e rimettono il bicchiere nel bacile tenuto dal coppiere. Lui metteva parecchia acqua; lei, quasi niente. I Tedeschi hanno il vizio di usare bicchieri grandi oltre misura; qui, l'altro di averli straordinariamente piccoli.
Non so perché questa città sia chiamata bella per eccellenza; lo è certamente, ma senza alcun vantaggio su Bologna, poco su Ferrara, e meno senza paragone di Venezia. Bello è invero con­templare l'infinita moltitudine di case che riempiono i colli tutt'in giro, per due o tre leghe almeno, e questa piana dove essa s'adagia e che si estende, a occhio e croce, per due leghe in lunghezza: giacché par che si tocchino, tanto sono fittamente disseminate.
Nel pomeriggio i quattro gentiluomini presero la posta con una guida, per andare a vedere una proprietà del duca chiamata Castello. L'edificio non ha alcun pregio; ma vi sono diverse distese a giardino disposte tutte sulle pendici d'un colle, di modo che i viali perpendicolari sono tutti in pendio — dolce tuttavia ed agevole — e quelli trasversali diritti e piani. Ci son poi varie cupole fittissimamente intrecciate e coperte, fatte d'ogni specie di alberi odoriferi — come cedri, cipressi, aranci, limoni, olivi —, con i rami così uniti e avviluppati che il sole — è facile accorgersene — non avrebbe modo d'entrare nemmeno nella più gran forza; e dei viali di cipressi e d'altri alberi così vicini l'uno all'altro, che non lasciano posto a più di due o tre persone affiancate. C'è fra l'altro una gran vasca con, al centro, un masso di roccia imitato a perfezione, e che pare tutto ghiacciato in superficie, mercé quello stesso materiale con cui il duca ha rivestito le sue grotte a Pratolino; sopra la roccia una statua raffigura un uomo assai vecchio e canuto, seduto con le braccia conserte, e dalla barba, dalla fronte e dai capelli del quale l'acqua scorre da ogni parte senza posa a goccia a goccia, a rappresentare il sudore e le lacrime; la fontana non ha altro sfogo che quello. In un altro punto ripetettero una piacevolissima esperienza che ho già ricordato. Passeggiavano per il giardino osservandone le cose notevoli, e il giardiniere li aveva a tale scopo lasciati soli; quando si trovarono in un certo luogo a con­emplare delle figure di marmo, ecco sprizzar loro sotto i piedi e fra le gambe, per infiniti forellini, degli zampilli così minuti da esser quasi invisibili e da imitar stupendamente lo stillicidio d'una pioggerella: ne restarono tutti bagnati. Era il giardiniere che manovrava qualche molla sotterranea a duecento passi di là, con tal artificio che, da così lontano, faceva alzare ed abbassare i getti come gli piaceva, curvandoli e muovendoli a suo capriccio; e giochi simili esistono in molti altri punti. Videro pure la fontana maggiore, sgorgante da due grandissime figure di bronzo, di cui l'inferiore prende l'altra fra le braccia e la stringe con tutta la sua forza; costui, mezzo svenuto e con la testa rovesciata indietro, sembra vomitare a forza l'acqua dalla bocca, e lancia un getto così diritto che — a parte l'altezza delle figure, di almeno venti piedi — sale a trentasette braccia più in su. C'è anche un padiglioncino fra i rami d'un albero sempreverde, ma più folto assai d'ogni altro che fosse loro mai capitato di vedere: giacché è tutto formato dai rami vivi e fronzuti dell'albero, e così chiuso tutt'in giro dal fogliame che non si vede nulla di nulla, salvo se si praticano delle aperture facendo scostare i rami qua e là; e nel mezzo l'acqua sale per un condotto invisibile fino alla stanzina, venendo a sgorgare, dopo averlo attraversato, nel mezzo d'un tavolo di marmo. Anche qui fanno la musica d'acqua, ma non poterono ascoltarla perché era tardi per gente che doveva tornare in città. Videro pure sopra un portale lo stemma con le armi del duca, fatte a perfezione, con qualche ramo d'albero allevato e coltivato nella sua forza naturale, per mezzo di lacci quasi invisibili. La visita aveva luogo nella stagione meno propizia ai giardini, il che accrebbe la loro meraviglia. C'è anche una bella grotta con ogni, sorta d'animali raffigurati al naturale, che gettano l'acqua di dette fontane quale dal becco, quale dall'ala, o dagli artigli, o dall'orecchia, o dal naso.
Dimenticavo che in una sala del palazzo di questo principe si vede, su un pilastro, raffigurato al bronzo al naturale, uno strano animale a quattro zampe col davanti tutto a scaglie, e sul dorso non so che specie di membro come delle corna [la famosa Chimera, ora al Museo archeologico di Firenze]. Dicono che fu trovato in una caverna sui monti del paese e portato giù vivo qualche anno fa. Visitammo pure il palazzo dov'è nata la regina madre.
Per conoscere tutti i comodi della città, come faceva nelle altre, egli volle veder delle camere d'affitto e i prezzi delle pensioni; ma non trovò nulla di soddisfacente. Camere, a quanto gli dissero, non se ne trovano se non negli alberghi, e quelle che vide erano scomode e assai più care che a Parigi, e persino a Venezia; una misera pensione poi costa più di dodici scudi al mese per ogni signore. Non c'è d'altra parte alcuna buona scuola d'armi o d'equitazione o di lettere. Lo stagno è raro in tutta questa contrada, e il servizio si fa solo con vasellame di terracotta colorata, non molto pulito »  4.

Nel giugno 1581 il Montaigne ritornò a Firenze fornendoci una bella descrizione, fra l’altro, dei festeggiamenti fiorentini per la festività di San Giovanni Battista:
]« Dipoi desinare venni [da Castello] a Firenze, 3 miglia.
Il venerdì viddi le pubbliche processioni, e il granduca in cocchio. Tra l'altra pompa ci vedeva un carro in faccione di teatro dorato di sopra, où [=dove] erano quattro fanciullini, et un frate vestito, e che rappresentava S. Francesco, dritto, tenendo le mani come si vede dipinto, una corona sul cuculio [=cocolla]: o frate, o uomo travestito da frate con una barba posticcia. Ci erano alcuni fanciulli della città armati, e fra loro uno per S. Giorgio. Li venne incontra alla piazza un gran drago assai goffamente appoggiato, e portato d'uomini, buttando foco per la bocca con rumore. Il fanciullo li dava della lancia, e della spada, e lo scannava.
Fui accarezzato d'un Gondi, ch'abita a Lione: il quale mi mandò vini bonissimi, cioè Trebisiano [=Trebbiano].
Faceva un caldo da stupire li medesimi paesani.
Quella mattina al spuntar del giorno ebbi la colica al lato dritto. M'afflisse tre ore circa.
Mangiai allora il primo pepone [=popone]. Delli cetrioli, mandole, se ne mangiava in Firenze del principio di giugno.
In su le 23 si fece il corso delli cocchi in una grande e bella piazza intornata d'ogni banda di belle case, quadrata, più lunga che larga [la piazza di S. Maria Novella].
A ogni capo della lunghezza fu messa un'aguglia di legno quadrata [sostituite nel 1608 da due guglie in marmo], e dall'una all'altra attaccato un lungo fune acciò non si potesse traversare la piazza: et alcuni danno di traverso per stroppare la detta canape. Tutti gli balconi carichi di donne, et in un palazzo il granduca, la moglie, e sua corte. Il popolo il lung della piazza, e su certi palchi, come io ancora. Correvano a gara cinque cocchi vuoti. E della sorte 12 presero tutti il luogo ad un lato dell'una pira­mide. E si diceva d'alcuni, ch'il più discosto avevano il vantaggio per dar più comodamente il giro. Partirono al suono delle trombe. Il terzo giro intorno la piramide donde si prende il corso, è quel che dà la vittoria. Quel del granduca mantenne sempre il vantag­gio fin alla terza volta. A questa il cocchio del Strozzi14 ch'era sempre stato il secondo, affrettandosi più che del solito a freno sciolto, e stringendosi, messe in dubbio la vittoria. M'avveddi, ch'il silenzio si ruppe dal popolo quando viddero avvicinarsi Strozzi, e con gridi, e con applauso darli tutto il favore che si poteva alla vista del principe. E poi quando venne questa disputa e litigio a essere giudicato fra certi gentiluomini, gli strozzeschi rimettendo all'opinione del popolo assistente, del popolo si alzava subito un crido uguale, e consentimento publico al Strozzi, il quale in fine lo ebbe, contra la ragione al parer mio. Valerà il palio cento scudi. Mi piacque questo spettacolo più che nissun altro che avessi visto in Italia, per la sembianza di questo corso antico.
Perché quel giorno era la vigilia di S. Giovanni furono messi certi piccoli fochi alla cima del duomo in giro a due, o tre gradi, donde si lanciavano raggi [=razzi] in aria. Si dice, ch'in Italia non è uso, come in Francia, di far fuochi di S. Giovanni.
Il sabbato S. Giovanni: ch'è la festa principale di Firenze, e la più celebrata in maniera che fin alle zitelle si vedono quella festa al publico: e non vi vidi pure gran bellezza. La mattina alla piazza del palazzo il granduca comparse su uno palco il lungo delle mura del palazzo (sotto un cielo) ornate di ricchissimi tapeti, lui avendo a lato il nunzio del papa a man sinistra, e molto più in là l'imbasciadore di Ferrara. Là li passavano innanzi tutte le sue terre e castella, secondo ch’erano chiamate d’un araldo. Come per Siena si presentò un giovane vestito di velluto bianco e nero, portando alla mano certo vaso argenteo, e la figura della Lupa sanese. Fece costui sempre in questo modo una proferta al granduca, ed orazione piccola. Quando ebbe finito costui, secondo ch'erano nominati venivano innanzi certi ragazzi mal vestiti su cattivissimi cavalli, e mule, portando qui [=chi] una coppa d'argento, qui una bandiera rotta e ruinata. Questi in gran numero passavano il lungo via senza far motto, senza rispetto, e senza cerimonia in foggia di burla più ch'altramente, et erano le castella e luochi particolari dipendenti del Stato di Siena. Ogni anno si rinova questo per forma.
Passò ancora là un carro, e una piramide quadrata di legno grande, portando intorno certi gradi delli putti vestiti chi d'un modo, chi d'un altro, da angeli, o santi: et alla cima che veniva d'altezza a pari delle più alte case, un S. Giovanni, uomo travestito a suo modo, legato a un pezzo di ferro. Seguivano questo carro gli officieri, e particolarmente quelli della zecca [era appunto il Carro della Zecca].
Marciava all'estremo un altro carro, sul quale erano, certi gio­vani che portavano tre palii per li corsi diversi, avendo a canto i cavalli barberi ch'erano per correre a gara quel giorno, e i garzoni che li dovevano cavalcare con le insegne de i padroni, che sono si­gnori de' primi. Li cavalli piccioli, e belli.
Non mi pareva il caldo più violento ch'in Francia. Tuttavia per schifarlo in queste stanze di osteria, era sforzato di dormire la notte su la tavola della sala, mettendovi materassi, et lenzuola; non ci ritrovando a locare nissun alloggiamento comodo, perché questa città non è buona a' forestieri; e per schifare ancora gli cimici, di che sono gli letti infestatissimi.
Non c'è quantità di pesci, e non si mangia di trote, et altri pesci, che di fuora, e marinati. Viddi, ch'il granduca mandava a Giovan Mariano Milanese alloggiato in la medesima osteria dove io era, un presente di vino, pane, frutti, pesci: ma gli pesci vivi piccoli dentro gli rinfrescatori di terra.
Aveva io tutto il giorno la bocca arida et asciutta, et un'alterazione non di sete, ma di caldezza interna quale ho sentita altre volte ai caldi nostri. Non mangiava altro che frutti, e insalate con zuc­chero. In fine non stava bene.
Quelli diporti che si pigliano al fresco in Francia di poi la cena, qui innanzi. E nelli più lunghi giorni cenano spesso di notte. Fra le sette, et otto, la mattina si fa il giorno.
Dipoi pranzo si corse il palio de i barbi [=barberi]. Lo vinse il cavallo del cardinale de' Medicis. Vale questo palio □ [simbolo di scudo] 200 ", È cosa poco dilettevole, perché, essendo su la strada, non vedete altro che passar in furia questi cavalli.
La domenica viddi il palazzo de' Pitti, e fra l'altre cose una mula in. marmo rappresentando un'altra mula ancora viva, per li lunghi servizi c'ha fatto a menar roba per questa fabbrica. Questo dicono i versi latini. Al palazzo vimmo quella Chimera c'ha fra le spalle una testa (con le corna et orecchie) che nasce, et il corpo di foggia d'uno piccolo leone.
Il sabbato era il palazzo del granduca aperto, e pieno di contadini, ai quali era aperta ogni cosa: e la gran sala piena di diversi balli chi di qua, chi di là. Questa sorte di gente credo, che fusse qualche immagine della libertà perduta che si rinfreschi a questa festa principale della città.
Il lunedì fui a desinare in casa del signor Silvio Piccolomini molto conosciuto per la sua virtù, et in particolare per la scienza della scherma. Ci furono messi innanzi molti discorsi, essendoci buona compagnia d'altri gentiluomini. Dispregia lui del tutto l'arte di schermare delli maestri italiani, del Veniziano di Bologna, Patinostraro et altri. Et in questo loda solamente un suo criado [per allievo] ch'è a Brescia, dove insegna a certi gentiluomini questa arte. Dice, che non ci è regola, né arte in l'insegnare volgare: e particolarmente accusa l'uso di spinger la spada innanzi, e metterla in possa del nimico; e poi, la botta passata, di rifar un altro assalto, e fermarsi; perché dice che questo è del tutto diverso di quel che si vede per esperienza delli combattenti. Lui era in termine di far stampar un libro di questo suggetto. Quanto al fatto di guerra, spregia assai l'artiglieria: e in questo mi piacque molto. Loda il libro della guerra di Machiavelli, e segue le sue opinioni. Dice, che di questa sorte d'uomini che provvedono al fortificare, il più eccellente che sia, si trova adesso in Firenze al servizio del granduca Simo.
Si costuma qui di metter neve nelli bicchieri di vino. Ne metteva poco io non stando troppo bene della persona, avendo assai volte dolor di fianchi, e scacciando tuttavia arenella incredibile; oltre a questo non potendo riaver la testa, e rimetterla al suo primo stato. Stordimento, e non so che gravezza sugli occhi, la fronte, le guancie, denti, naso, e parte d'innanzi. Mi messi in fantasia, che fussero gli vini bianchi dolci e fumosi, perché quella volta che mi riprese prima la migrena ne avea bevuti gran quantità di Trebisiano, scaldato del viaggiare, e della stagione, e la dolcezza d'esso non stancando la sete.
In fine confessai, ch'è ragione, che Firenze si dica la bella [un ripensamento rispetto al suo precedente giudizio].
Quel giorno andai solo per mio diporto a veder le donne che si lasciano veder a chi vuole. Viddi le più famose: niente di raro. Gli alloggiamenti raunati in un particolare della città, e per questo spregievoli, oltra ciò cattivi, e che non si fanno in nissun modo a quelli delle puttane romane, o veneziane: né anco esse in bellezza, o grazia, o gravità. Se alcuna vuole starsi fuora di questi limiti, bisogna che sia di poco conto, e faccia qualche mestiere per celarsi.
Viddi le botteghe di filattieri di seta con certi istrumenti, gli quali spingendo in giro una sola donna, fa d'un tratto torcere, e voltare cinquecento fusi.
Martedì la mattina spinsi fuora una pietrella rossa.
Mercordì viddi la cassina del granduca. E quel che mi parve più importante è una rocca in forma di piramide, composta e fabbricata di tutte le sorte di minere naturali, d'ogn'una un pezzo, radunate insieme. Buttava poi acqua questa rocca, con la quale si verranno là dentro movere molti corpi, molini d'acqua, e di vento, campanette di chiese, soldati di guardia, animali, caccie, e mille tal cose.
Giovedì non volsi restar a vedere correre un altro palio ai cavalli. Andai dipoi desinare a Prattalino, il qual rividdi molto minutamente. Et essendo pregato dal Casiero del Palazzo di dire la mia sentenzia di quelle bellezze, e di Tivoli, ne discorsi non comparando questi luoghi in generale, ma parte per parte, con le diverse considerazioni dell'un e dell'altro, essendo vicendevolmente vittore ora questo or quello.
Venerdì alla bottega di Giunti comprai un mazzo di commedie, undeci in numero, e certi altri libretti. E ci viddi il testamento di Boccaccio stampato con certi discorsi fatti sul Decamerone. Questo testamento mostra una mirabile povertà e bassezza di fortuna di questo grand'uomo. Lascia delle lenzuola, e poi certe particelle di letti a sue parenti, e sorelle. Gli libri a un certo frate, al quale ordina, che gli comunichi a chiunque gliene richiederà. Fin a' vasi, e mobili vilissimi gli mette in conto. Ordina delle messe, e sepoltura.
C'è stampato, come s'è ritrovato di carta pergamena molto guasta, e ruinata.
Come le puttane romane, e veneziane si fanno alle finestre per i loro amanti, così queste alle porte delle lor case, dove si stanno al pubblico alle ore comode; e là le vedete, chi con più, chi con manco compagnia, a ragionare, e a cantare nella strada, ne' circoli.
La domenica 2 di luglio partii di Firenze di poi desinare, et avendo varcato l'Arno sul ponte, lo lasciammo alla man dritta seguendo il suo corso tuttavia. Passassimo delle belle pianure fertili, nelle quali sono le più famose peponaie di Toscana. E non sono maturi gli buoni melloni che sul 15 di luglio. E particolarmente si nomina il loco, dove si fanno li più eccellenti, Legnaia, a 3 miglia di qua Firenze.
Andassimo una strada la più parte piana e fertile, e per tutto popolatissima di case, castellucci, villaggi quasi continui, Attraversassimo fra le altre una bellina terra nominata Empoli. Il suono di questa voce ha non so che d'antico. Il sito piacevolissimo. Non ci riconobbi nessun vestigio d'antichità fuora che un ponte ruinato vicino sur la strada, c'ha non so che di vecchiaia.
Considerai tre cose: di veder la gente di queste bande lavorare chi a batter grano, o acconciarlo, chi a cucire, a filare, la festa di domenica La seconda di veder questi contadini il liuto in mano, e fin alle pastorelle l'Ariosto in bocca. Questo si vede per tutta Italia. La terza di veder come lasciano sul campo dieci, e quindeci e più giorni il grano segato, senza paura del vicino »  5.

Una descrizione  sintetica la offre la guida del Miselli che arrivatoda Siena a San Casciano, ultima posta prima di Firenze, ci dice
« si comincia poco dopo a scoprir di lontano Firenze; e sempre più và crescendo il concetto, che altri porta di Città così egregia, e bellissima, com’altri disse, oltre ad ogn’altra Italica; al di cui ingresso fanno vaga preparazione tante belle , e deliziose Ville, che occupando per lungo trattato le colline amenissime d’intorno alla Città, vi paiono più tosto seminate, che poste: onde ebbe à dir l’Ariosto, che ad unirle sarian due Rome. Nell’entrare per la porta Romana si veggono le memorie del passaggio, e soggiorno fatto in essa da’Sommi Pontefici, e Imperadori; e da’più gloriosifrà questi: e poco dopo s’ammirano quello che ne farebbe degno ricetto, il gran Palazzo de’Pitti, abitato dal Serenissimo Gran Duca. Ma chi volesse à parte à parte descrivere i pregi di questa Città, dovrebbe farne un volume. Basti dunque accennare, che sono cose singolarissime la Galleria, e Fonderia; le Chiese, Cattedrale, di San Giovanni per la sua antichità, della Santissima Nunziata per il gran culto di quella venerabile, e sacrosanta Immagine; ed altre; e la Biblioteca Medica ripiena di rarissimi manoscritti: ma unica al mondo per parer di tutti la Cappella di S. Lorenzò, Mausoleo de’ Serenissimi Principi, ed il Campanile rivestito di varii marmi, ed eretto dal famoso Giotto». Veniva aggiunta alla descrizione una nota di servizio « In questo luogo stimo bene avvertire tutti quelli, che corrono la posta, tanto Corrieri, come particolari, che sonate le tre di notte,che il Gran Duca suol’esser ritirato, non si può entrare in detta Città fino alla mattina all’aprir delle Porte, che suol farsi allo spuntare del giorno ». (Giuseppe Miselli, Il burattino veridico .., Venezia 1697 pp. 204-205).

Cinquant’anni più tardi vediamo la descrizione di Firenze data nell’edizione postuma della guida dello Scotto
« Si crede, che questa Città sia stata fabbricata da Fiesolani nel tempo del Triumvirato, o da’ Soldati di Silla. Ella fu rovinata da Totila Rè de’ Goti; fino che l’anno 802. Carlo Magno la fece rifabbricare, ornandola di nuove muraglie, munite di 150. Torri, alte ciascuna centro braccia. Passato l’Imperio in Germania, e ricomprata i Fiorentini la lori libertà, in breve tempo diventò potente Repubblica, resa al sommo considerabile per la conquista fatta di Pisa, anche essa celebre, un tempo Repubblica. Molto fu travagliata dalle guerre civile, causate LINK ALLE PAGINE 152-175 » (Francesco Scotto, Itinerario d’Italia, Roma 1747 pp. 152-175).

Una descrizione delle cose notevoli di questa città si trova in una guida in italiano edita in Germania dal librario Enrico Stage di Augusta:
« Per andar a Roma da Firenze, bisogna passare per i luogghi indicati nella carta prima del nostro libretto. Firenza, la capitale nel dominio fiorentino è una di queste città che meritan alcuni giorni, o alcune settimane per esser vedute. Essa è munita di 150. torri, alta ciascuna cento braccia, ed unita da 4. bellissimi ponti, che sono sopra l’Arno, fiume che divide la città in due parti disuguali. Il primo ponte si chiama il ponte alle grazie, di poi il ponte Vecchio, in terzo luogo il ponte di San Trinità ed il quarto è il ponte alla Carraia. Quello di San Trinità è il più ornato che vi sia, veggendosi avanti al medesimo una spaziosa piazza. Con lata colonna di granito orientale, e sopravi la statua della Giustizia di metallo, erretta  da Cosimo I dopo la presa di Siena. Riguardo alle cose notabili si può ben dire che questa città è una di più celebre in tutta l’Italia, eccetto Roma, essendo essa ornata di molte opere eccellenti d’Architettura. Le strade sono pulite assai e selciate con pietre in  diversi luoghi, ma la maggior parte di esse  LINK A PP. 16-19 » (Viaggi in Italia dichierati per alcune carte ……, Augusta Stage 1771 pp. 16-19)

In una guida, edita a Roma nella seconda metà del sec. XVIII e ristampata in altre località d’Italia fino al 1801, troviamo questa descrizione
« La Città di Firenze è la capitale del dominio Fiorentino; questa Città non è molto antica, essendo stata fondata poco avanti del Triumvirato. Si pretende, che fosse edificata da’ Fiesolani, perchè annoiati di soggiornare ulteriormemente in Fiesole per l’asprezza del monte, fabbricarono detta Città nella pianura presso la riva dell’Arno; benchè altri attribuiscono la di lei origine a’ Fluentini, che quivi abitavano; ebbe nome Fiorenza, come fiore tra le Colonie Romane; è di circuito 7. miglia, e di forma più tosto lunga, che circolare; prima che fosse rovinata da Totila Re de’ Goti aveva 82. torri, desolata di abitatori per cagione de’ Fiesolani, de’ Barbari, e fu riedificata nell’anno 802. a Nativitate, da Carlo Magno: è di aria molto sottile e buona, è spaccata dal Fiume Arno, sul quale sono 4. ponti, per passare dall’una all’altra parte. Nel Palazzo del Gran Duca, [ampliato di molto dal Regnante Gran Duca Pietro Leopoldo Arciduca d’Austria, brano inserito nelle ristampe più tarde] v’è un bel cortile, ornato di bellissime figure, potendo andar del pari con i più grandi, e più belli, che sieno in Europa; vi è annesso il famoso Giardino detto Boboli, ripieno di cose rare; si va quindi per un corridore di mezzo miglio alla Real Galleria, non essendovi Monarca in Europa, che abbia sì belle cose rare, e preziose, come sono in questa.
Appresso la Chiesa della Santissima Trinità vi è una colonna di smisurata grandezza, ed altezza, nella cui sommità è posta la Giustizia. Chi si diletta di disegni, di Architettura, di Scultura, e Pittura vada  a vedere i Tempi di questa Città, che vedrà cose meravigliose, specialmente nel Tempio di S. Maria del Fiore, dove si vede una stupenda cupola di smisurata grandezza, ed una altissima e spaziosa torre tutta incrostata di marmi di vari colori a disegno, com’è tutto il circuito della gran Chiesa, che è la Cattedrale, e li 12. Apostoli in marmo, e fuori di detta Chiesa vi è il Battisterio, nel quale si battezzano i fanciulli, ed anticamente era Tempio di Marte.
Vi sono ancora le altre sontuose Chiese di S. Maria Novella dell’Ordine de’ Predicatori, di S. Lorenzo, di Santa Croce de’ Padri Conventuali, di S. Spirito de’ Padri Eremitani, di S. Marco de’ Domenicani, della Santissima Annunziata custodita, ufficiata da’ Serviti; vi sono anche tre Chiese, S. Maria in Campo, S. Pietro Scaraggio, e SS. Apostoli fondate da Carlo Magno; essendovi altri Templi per la Città, che sarebbe cosa tediosa il riferirli.
Sono in Firenze non men’Ospedali pei fanciulli esposti, che altri luoghi Pii; vi sono 44. Parrocchie, compresi i 12. Priorati; 54. Monasteri di Monache, e grandissimo numero di Monasteri di Frati, e si pretende, che in Firenze vi siano da circa 85. mila anime, numero che al presente è molto aumentato dalla dimora della Real Corte » (La vera guida per chi viaggia ..., Roma Roisecco 1771 a p.85-86).

Gradatamente le guide, nate come mero elenco di stazioni di posta, oltre a fornire notizie storiche e artistiche delle varie località, cominciarono ad analizzare la qualità degli alloggi. La guida di Domenico Boccolari, edita da Benedini a Lucca nel 1784, pone addirittura queste notizie all’inizio e in evidenza
« Le migliori Locande sono quella del Sig. Dottore Vannini al ponte della Carraja, con appartamenti a uso di Parigi, quella di Monsieur Meghit nei Fondachi di S. Spirito, anticamente di Monsieur Carle,è la Locanda della Rossa, eCompagni dirimpetto la Porta del fianco di S. Pancrazio, che dà pranzo, e tavola rotonda » per passare poi a informazioni pratiche « Entrando in Firenze convien dare il nome alla porta; e quando sono personaggi per la posta, le guardie usano rispetto, e vanno alle locande a visitare i bauli, e valigie. » e artistiche sulla città « Firenze, antica, grande, e celebre Città d’Italia, Capitale della Toscana LINK AL TESTO GUIDA DA SCANSIONARE » (Domenico Boccolari, Nuova descrizione di tutte  …, Lucca Benedini  1784 a pp. 156-159).

La guida edita dal fiorentino Pagani, riprende pressoché in toto quella del Boccolari ma elimina il nome dell’autore; anche il testo presenta qualche variazione soprattutto per le informazioni alberghiere
« Le migliori Locande sono quella del Dottore Vannini al ponte della Carraia, con appartamenti a uso di Parigi, quella di Meghis nei Fondacci di Santo Spirito, anticamente di Carlo, l’Aquila Nera dalla Piazza dell’olio, e lo Scudo di Francia, che dà pranzo a tavola rotonda » e passa poi alle informazioni pratiche « Entrando in Firenze convien dare il nome alla porta; e quando sono personaggi per la posta, le guardie usano rispetto, e vanno alle locande a visitare i bauli, e valigie. » e alle notizie storiche e artistiche sulla città « Firenze, antica, grande, e celebre Città d’Italia, Capitale della Toscana LINK AL TESTO GUIDA 11.B.46 » (Nuova descrizione di tutte  …, Firenze Pagani 1785 a pp. 82-85).

Le informazioni alberghiere sono riprese, con un’aggiunta, dalla guida edita da Ribboni nel 1792 « Ecco i migliori Alberghi di Firenze: quello del Dottor Vannini al Ponte alla Carraia, con appartamenti guerniti come a Parigi: quello del Sig. Meghis nei Fondaci di Santo Spirito, già col nome di Mr. Charles: quello della Rossa e compagni, in faccia a S. Pancrazio, che dà pranzo a Tavola rotonda, quello detto il Dado ossia lo Scudo di Francia, e l’Aquila nera nella piazza dell’olio » (Nuova esatissima descrizione …, Venezia Ribboni 1792, a p.39).

 

Francesco Gandini, così illustra la capitale della Toscana
« Firenze, situata appiedi degli Appennini in una fertile, e ridente pianura, è bagnata dall’Arno, che la divide in due parti ineguali; è di forma quasi ovale ed ha circa sei miglia di circonferenza. Produtrice feconda di geni illustri che fecero rivivere le lettere e la filosofia, e divenuta padrona delle scienze e delle arti, può con ragione essere riguardata come l’Atene d’Italia. La sua popolazione sorpassa le 80,000 anime.
Quattro grandi ponti di pietra fra i quali è ammirabile quello della Trinità, stabiliscono la comunicazione di una parte della città coll’altra. Le chiese sarebbero senza dubbio le migliori d’Italia se fossero terminate. Il magnifico Duomo sotto il nome di Santa Maria del Fiore, S. Lorenzo e Santa Maria Novella sono celebri per le loro eccellenti pitture e sculture. Tra i migliori palazzi quello Pitti offre un colpo d’occhio imponente: i giardini di Boboli che vi sono uniti sono distribuiti con sommo gusto e intelligenza. I palazzi Riccardi, Strozzi, Corsini, Altoviti, Salviati, Brunaccini e diversi altri, contengono dei rari monumenti di scienze ed arti: ma la raccolta la più grande di statue antiche e bassi rilievi, di quadri, di pitture preziose, di medaglie, e di altri monumenti rari e di sommo valore, si trova nella galleria conosciuta da tutta l’Europa sotto il nome di Galleria de’ Medici; quivi sono raccolti i capi d’opera di scultura e di antichità, tra i quali vi si ammira ancora la celebre Venere detta de’ Medici che le fu non ha molto ridonata.
La campagna nei dintorni della città è coltivata con somma industria, con una semplicità e perfezione sorprendente. Può essere riguardata come una continuazione della città stessa tanti sono i palazzi e le case di campagna da tutte le parti.
Alberghi. L’Aquila Nera, l’Albergo di Inghilterra, le Quattro Nazioni, il Pelicano e l’Europa » (Francesco Gandini, Itinerario d’Europa, Milano Sirtori 1819 a p. 26-27).

Località sede di ufficio postalettere

Il traffico della posta lettere, ossia il trasporto e lo smistamento delle corrispondenze da e per la Toscana, era accentrato presso l’ufficio postale di Firenze che coordinava l’intera struttura postale avvalendosi di uffici periferici quali Pisa, Livorno, Siena, Prato, Pistoia, Montepulciano, Anghiari, Arezo, Cortona, Castiglione 6 , presso i quali le varie Comunità inviavano i loro procaccini [??] per ritirare o consegnare la propria corrispondenza. Nel 1681 fu appunto costituita a Firenze la Direzione Generale delle Poste 7 .

Nel 1785 l’ufficio fiorentino della posta lettere contava 16 dipendenti con un introito annuo di lire toscane 126.983 8 .

Presso l’Archivio di Stato di Firenze sono conservate piante e disegni relativi all’ufficio di posta lettere di Firenze datate 1831 e 1847  9.

Dotazioni

Dalla documentazione di fine sec. XVIII risulta che il postiere doveva tenere per il servizio 38 cavalli da tiro e 12 cavalli da sella  10.

Note:

1 ASMi, Comuni, s.n. (fascicolo Censo), Le poste da Milano a Roma, citato in Francesco Senatore, Uno mundo de carta : forme e strutture della diplomazia sforzesca, Napoli 1998, a pp. 436-437.

2 ASMi, Fondo Sforzesco, Potenze Estere, Napoli, 210, cc.32-34, citato in Francesco Senatore, Uno mundo de carta : forme e strutture della diplomazia sforzesca, Napoli 1998, a pp. 437-440.

3 ASFi, Direzione Generale delle Poste (1709-1808), filza 97, Sussidi e canoni governativi per le poste. V. Scarso, op. cit., p. 109.

4 Montaigne, Viaggio in Italia, Bari Laterza 1991, a pp. 132-140.

5 Montaigne, Viaggio in Italia, Bari Laterza 1991, a pp. 294-302.

6 Cfr. Scarso, op. cit., p. 168, note 3 e 18.

7 ASFi, Segreteria Finanze ant. 1788, filza 643, fasc. 5, Bando sopra l’uffizio della posta nuova.

8 ASFi, Segreteria di Gabinetto, filza 61, ins. 13. V. Scarso, op. cit., p. 150.

9 ASFi, Fondo Scrittoio delle Fortezze e Fabbriche, Fabbriche Lorenesi 1836-1849 (2206, 152, 1847, 152).

10 ASFi, DGP 1709-1808, filza 88, c. 65.